«Il Giubileo, per la sua stessa natura, porta con sé l’annuncio della liberazione. Non dipende da me poterla concedere, ma suscitare in ognuno di voi il desiderio della vera libertà è un compito a cui la Chiesa non può rinunciare».
Così papa Francesco nella “Spes non confundit”, la Bolla di indizione del Giubileo, in cui sottolinea anche che «Nell’ Anno giubilare saremo chiamati ad essere segni tangibili di speranza per tanti fratelli e sorelle che vivono in condizioni di disagio».
Non è un miracolo dall’alto, ma un lavoro dal basso, come quello del contadino che osa sperare nel raccolto perché ha fiducia nel seme e nel terreno.
Un lavoro costante, spesso nascosto, che la Chiesa italiana continua a fare in ogni angolo del mondo. Solo dall’inizio di questo anno, grazie ai fondi dell’8xmille, ha sostenuto 451 progetti in 66 Paesi per oltre 81 milioni di euro a favore di coloro che sono più deboli e più poveri, i “piccoli” nel linguaggio biblico. Risorse finanziarie alle quali si aggiunge il valore che fa la differenza: le risorse umane.
Come Lucia, che fa volontariato in Perù, alle porte di Tacna, presso l’Istituto penitenziario penale femminile di Pocollay. Già esperta nell’arte della tessitura e mamma di tre ragazze, ha voluto allargare il numero delle sue figlie, abbracciando anche tutte le detenute. Con gli stessi macchinari comprati da più di 10 anni grazie a un contributo CEI, ancora oggi le detenute apprendono ed esercitano l’arte della tessitura e del ricamo. Con l’aiuto di reti di formatori, piccoli imprenditori e di volenterosi parrocchiani della Diocesi, le opere vengono poi commercializzate. L’esperienza acquisita permette di ottenere prodotti di buona fattura che valorizzano i preziosi filati peruviani, quali l’alpaca, l’alpaca baby e la vigogna. Con gli introiti che si ricavano dalle vendite dei filati, le recluse non solo riescono ad essere presenti nelle loro famiglie con un apporto economico, ma soprattutto sentono di recuperare dignità e hanno un’opportunità di riscatto. Se c’è un miracolo, meraviglioso, sta nel suo amore, che ha saputo generare speranza proprio dentro a delle mura che sembravano volerla negare.
Secondo il rapporto Global Prison Trends 2024 della Penal Reform International nel mondo la popolazione femminile incarcerata ammonta a circa 741.000 donne, un numero in crescita, anche se ancora prevale di gran lunga quello degli uomini che sono 10,5 milioni. Anche il tasso di bambini in stato di detenzione è in aumento e in base a uno studio commissionato dall’ONU sarebbero oltre sette milioni quelli che vivono in centri di detenzione per profughi, in luoghi di custodia come commissariati, in prigioni o altri luoghi di reclusione.
A questo si aggiunge, sempre per i più piccoli, la piaga dei bambini di strada, che diventano facilmente vittime della tratta di esseri umani. Un fenomeno difficilmente stimabile ma in continua crescita. Solo a Kinshasa, nella Repubblica Democratica del Congo, si calcola che siano circa 40 mila quelli che vivono in strada.
“Le cause che spingono i minori in strada – spiega l’arcivescovo di Kinshasa, il cardinal Fridolin Ambongo - sono molteplici. Fra le più frequenti ci sono la morte di uno o entrambi i genitori e la fragilità e povertà della famiglia. Rimasti soli, senza casa, dormono dove capita e imparano a vivere secondo una logica di sopravvivenza, che spesso porta a rifugiarsi nell’alcool e nella droga, e ad essere vittime di abusi e violenza. Sono quindi destinati a prendere brutte strade e ad essere sfruttati: per loro la vita e la morte camminano insieme. Eppure, grazie a strutture di accoglienza che abbiamo realizzato, per tanti di loro si sono aperte nuove opportunità. Molti hanno studiato e cominciano ora a lavorare. Francesca, per esempio, si è sposata di recente, l’ho incontrata e dal suo volto traspariva una grande felicità. Mi ha detto che lei, che non aveva avuto l’amore di una famiglia, sentiva ora il desiderio di dare amore ed era pronta ad accogliere e accompagnare dei figli”.
Questo in concreto è un altro volto della speranza, così come quello di Suor Agnes, esperta in counselling. “Non ho ottenuto nulla di ciò che esplicitamente avevo chiesto, ma tutto ciò che speravo. Le mie preghiere inespresse sono state esaudite”. Proviene da una nobile famiglia birmana e ha un paio di dottorati alle spalle: per anni ha lavorato instancabilmente in un centro minorile del Myanmar, dalla mattina alla sera. Negli ultimi tempi però ha chiesto e ottenuto di poter anche dormire lì: abita nella miseria più assoluta e sopporta un caldo infernale ma riceve tutto l’amore di ognuno di quei ragazzi che si scoprono degni del dono della sua vita. “Trovo che quello che ho fatto qui in questo Paese sia un primo passo di un viaggio in cui la cosa più importante non è la destinazione, ma il viaggio stesso. Un viaggio di condivisione e di amore anche attraverso la sofferenza, la violenza e la paura”.
La fede si rigenera ogni volta nell’incontro con persone come Lucia, Francesca, Suor Agnes e forse questa è l’unica strada possibile se vogliamo rimanere chiesa: scoprire e frequentare i volti della speranza presenti nelle nostre comunità. Sono nascosti, ma sono tantissimi, testimoni di una speranza che, come sottolinea il Papa, ci invita “a donare anche solo un sorriso, un gesto di amicizia, uno sguardo fraterno, un ascolto sincero, un servizio gratuito, sapendo che, nello Spirito di Gesù, ciò può diventare per chi lo riceve un seme fecondo”.